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Cosa davvero è successo tra Luna Rossa e gli organizzatori della Coppa America – IL RETROSCENA

i retroscena dietro la querelle tra luna rossa e gli organizzatori

Dichiarazioni a mezzo di comunicati stampa, seguite da risposte in conferenza stampa. Quando due entità si parlano attraverso i giornali i rapporti sono ai minimi storici. Un po’ come quando una coppia è alla frutta e si manda messaggi attraverso i figli: il divorzio è alle porte. Ma partiamo da chi sono i protagonisti di questa querelle che ha sfiorato le offese personali e ha messo dentro un pizzico di patriottismo che, quando volano gli stracci in un contesto internazionale, è un ingrediente che non manca mai.

Da un lato c’è l’America’s Cup Event. Una società creata da Emirates Team New Zealand per gestire la Coppa America. Dall’altra, il Challanger of Record Luna Rossa. Il team italiano è lo sfidante ufficiale accettato dal Defender Team New Zealand. Non è una cosa da poco. A differenza degli altri partecipanti (come Ineos e American Magic) Luna Rossa scrive insieme ai kiwi il protocollo (e quindi le regole) della competizione. A leggere l’introduzione del protocollo che si trova sulla pagina internet della Coppa America viene un po’ da ridere: “(il protocollo) – scrivono – è il risultato di un attento e amichevole periodo di negoziazione tra il Defender e il Challanger of Recors e l’intenzione è di riflettere il vero spirito della Coppa America stabilito dal Deed of Gift (l’atto costitutivo dell’America’s Cup ndr)una sfida perpetua per una competizione amichevole tra diversi paesi”. La parola amichevole ricorre due volte in poche righe. Insomma la lingua batte dove il dente duole.




Un dettaglio non secondario del protocollo di questa edizione è che il Challanger of Record è responsabile del format della Prada Cup.

Cosa è successo tra Luna Rossa e gli organizzatori

Con la scoperta di 3 casi di Covid a Auckland, la Nuova Zelanda ha portato la città teatro delle regate al livello di allerta 3 per 72 ore, facendolo scendere a livello 2 dalla mezzanotte di mercoledì. Con questo livello di allerta si può regatare, ma le restrizioni per il pubblico sono alte: nel villaggio della Coppa America gli spettatori non possono essere più di cento. Qui la cosa diventa politica. L’ingresso al villaggio è gratuita, ma le autorità e i cittadini di Auckland hanno pagato per le infrastrutture. Fargli seguire le gare è un modo per giustificare queste spese, soprattutto dopo gli attriti che sono nati con la città quando si è saputo che Team New Zealand stava già pensando di spostare la prossima edizione altrove (senza tra l’altro aver vinto ancora questa di edizione). Senza contare i benefici che le attività commerciali dell’area stavano avendo dall’afflusso di pubblico. L’America’s Cup Event voleva quindi fare disputare le gare quando il livello di allerta sarebbe sceso a 1, verosimilmente (ma senza nessuna garanzia su questo) all’inizio della prossima settimana.




Luna Rossa si è opposta con il regolamento alla mano. Le regole prevedono che la finale di Prada Cup si debba concludere entro il 24 febbraio, altrimenti passa il team che si trova in vantaggio in quel momento. Gli italiani hanno fatto presente che nell’organizzazione della Prada Cup era prevista la possibilità che ci fosse un allarme Covid e si erano già stabiliti i protocolli di sicurezza necessari. Ma perché Luna Rossa ha insistito nel gareggiare e nel non voler cambiare il regolamento? Qui si va nel retroscena, ma non è difficile da capire.

Nella Coppa America il tempo è un fattore essenziale, non solo in campo, ma anche fuori. Quando si esce dall’acqua il team continua a lavorare per migliorare la barca, correggere errori, presentarsi pronti alla prossima regata. Luna Rossa viene da 4 vittorie consecutive contro Ineos. Il team inglese che subito, non a caso, si era detto a favore del rinvio, ha tutto l’interesse a prendere tempo. Ma dare tempo agli uomini di Ben Ainslie è come dare gli spinaci a Bracciodiferro. Ce ne siamo accorti a dicembre. Alla World Series gli inglesi si sono presentati con una barca molto scarsa e spesso non concludevano nemmeno le regate. Non si contavano ai tempi gli sfottò su Facebook degli stessi sudditi di sua maestà verso il loro team. Un mese dopo Ineos ha vinto tutte le sfide dei Round Robin, zittendo i simpaticoni da tastiera. Memori di questo e forti del regolamento, gli italiani hanno preferito non prestare il fianco e hanno ottenuto che si tornasse a gareggiare domani 20 febbraio.

Cosa poteva succedere

La vicenda si è conclusa con i kiwi che hanno accusato Luna Rossa di non aver rispetto per il paese ospitante e gli italiani che hanno risposta definendo “unfair” queste accuse. Ma cosa poteva succedere? Semplicemente si poteva finire alle carte bollate e agli avvocati. I precedenti non mancano. Alinghi e Oracle sono andati avanti per anni, anche dopo la fine della competizione, a farsi causa. In totale sono finti davanti ai giudici 8 volte (ma potremmo essercene persa qualcuna), senza aggiungere niente alla Coppa America, se non dichiarazioni e accuse incrociate sui giornali. La peggiore querelle si è probabilmente avuta nel 1988. I neozelandesi sfruttarono un cavillo del Deed of Gift e riuscirono a lanciare la sfida agli americani detentori del titolo, scegliendo loro l’imbarcazione. La barca kiwi era, per quanto all’avanguardia, enorme: 36 metri e mezzo. Gli americani trovarono a loro volta un cavillo e si presentarono con un catamarano di 18 metri. La sfida fu a senso unico: la barca americana era molto più veloce di quella enorme dei neozelandesi e vinse a mani basse. Dopo una serie di cause che portarono la coppa temporaneamente in Nuova Zelanda, alla fine il tribunale confermò la vittoria sul campo degli statunitensi. In realtà ci fu un solo grande sconfitto: lo spettacolo in acqua.

Intanto la querelle tra Luna Rossa e gli organizzatori dell’America’s Cup continua. È di poche ore fa l’intervista di Max Sirena al NZ Herald in cui lo skipper di Luna Rossa fa presente ai neozelandesi che il team ha portato almeno 20 milioni di introiti ai kiwi. Siamo già alla fase in cui si parla di soldi. Vedremo se alla fine questo divorzio tra il Challanger of Record e il Defender sarà consensuale o ci dovremo preparare a una diatriba giudiziaria. Intanto stanotte si torna in acqua e lì avvocati e comunicati stampa non conteranno più.

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