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Il Mar Mediterraneo sta sperimentando un forte cambiamento

Secondo un articolo apparso su “Le Scienze” di Agosto 2019, i cambiamenti climatici stanno modificando le caratteristiche fisiche e chimiche del Mediterraneo, alterandone il metabolismo e i cicli riproduttivi di un gran numero di organismi e sconvolgendo gli equilibri tra le specie marine.

Inoltre, contrariamente a quello che si pensava fino a poco tempo fa, gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno espandendo in modo rapido dalla superficie alle profondità dei mari. Nell’intervallo compreso tra 200 e 11.000 metri di profondità si trovano ecosistemi che formano il più grande bioma della Terra, cioè una gigantesca porzione della biosfera che ospita forme di vita.

Questi ecosistemi profondi, privi di luce e quindi senza fotosintesi occupano oltre il 65 per cento della superficie terrestre e ospitano oltre il 90 per cento degli organismi marini. Dunque il loro ruolo è fondamentale non solo per l’enorme biodiversità che contengono ma anche per la capacità di rinnovare nel tempo la produzione degli oceani. In particolare, gli abissi sono i principali motori di rigenerazione dei nutrienti inorganici necessari ad alghe e piante marine per la loro crescita. Nella maggior parte degli ecosistemi profondi le condizioni ambientali sono assai costanti nel tempo (cioè cambiano a scale geologiche), quindi l’impatto dei cambiamenti può essere molto importante, colpendo soprattutto gli organismi caratterizzati da una crescita lenta e una tarda maturazione sessuale.

Il Mar Mediterraneo sta sperimentando un forte cambiamento, ed è stato proposto come un «oceano in miniatura» da usare in qualità di modello con cui prevedere le risposte degli oceani ai cambiamenti del clima. Semichiuso tra Gibilterra a ovest e il Bosforo a est, questo mare rappresenta meno dell’1 per cento della superficie degli oceani globali e contiene lo 0,3 per cento delle acque. È una sorta di enorme lago salato, con una profondità media di circa 1450 metri (contro i 3750 metri dell’oceano). Dato che è poco profondo, le sue acque si riscaldano a tassi superiori rispetto a quelli di ogni altro oceano.

La maggior parte degli organismi marini che ospita è «peciloterma», ovvero la temperatura corporea di questi esseri viventi è identica a quella dell’ambiente marino circostante, di conseguenza i pecilotermi hanno un metabolismo che cambia con il cambiare della temperatura dell’ambiente. Il Mediterraneo è anche una delle aree in cui molti effetti dei cambiamenti climatici sono già documentati. La temperatura superficiale sta aumentando con certezza dagli anni sessanta, e dalla fine degli anni novanta si sono verificati di frequente episodi di sovrariscaldamento delle acque superficiali con conseguenti ingenti perdite di benthos, le forme di vita che vivono a stretto contatto con il fondo marino. Non è necessario essere ricercatori per rendersi conto dei cambiamenti in atto. Basta andare al mare. Ne ho avuto prova qualche estate fa in Sicilia, quando di prima mattina in spiaggia ho visto correre un enorme granchio che poi è scomparso in una buca.

Si trattava di un granchio fantasma, una specie tipicamente tropicale. La spiaggia era costellata di buche, ovvero di imboccature per le tane di questi granchi sbarcati da pochi mesi in Italia e pronti a diffondersi ulteriormente a nord. Insieme ai granchi fantasma, anche una grande varietà di pesci tropicali come il pesce lepre, il pesce balestra e il pesce istrice, sta entrando nel Mediterraneo e riempie le reti dei pescatori di Calabria, Puglia e Sicilia. Questi pesci alieni, ovvero provenienti da altri mari, sono una prova evidente dell’effetto dei cambiamenti climatici in corso. Le specie aliene tropicali prendono d’assalto il bacino mediterraneo perché trovano condizioni favorevoli, sono abituate a climi caldi e quindi stanno meglio delle specie locali e autoctone stressate dal caldo eccessivo.

Il Mediterraneo ospita circa 17.000 specie, pari al 7,5 per cento della biodiversità marina globale. Si stima che 1000 di queste specie siano aliene e provengano da Oceano Atlantico, Mar Rosso o altri bacini esotici; entrano attraverso lo stretto di Gibilterra o il Canale di Suez, ampliato di recente, o trasportate sulle carene o nelle acque di zavorra delle navi. Molte specie aliene però sono rilasciate da acquariofili, che per esempio decidono di non tenere più «Nemo» nell’acquario e lo liberano in mare, magari all’Isola d’Elba, dove sono stati trovati esemplari di pesce pagliaccio; oppure sono state introdotte per compensare la scomparsa di una specie autoctona come nel caso della vongola filippina al posto di quella verace in Adriatico.

Una volta nel Mediterraneo, grazie a condizioni ambientali sempre più simili a quelle tropicali, molte specie aliene trovano casa e si stabiliscono in modo permanente. Così però competono con le specie autoctone o le predano, determinandone in alcuni casi l’allontanamento, riducendone l’abbondanza od obbligandole a scendere a profondità maggiori per limitare i danni. Alcuni esempi sono l’alga Caulerpa cylindracea, specie aliena che forma estesi tappeti e compete per lo spazio soprattutto con altre macroalghe e piante endemiche come la Posidonia, e la medusa Rhopilema nomadica, che misura oltre 60 centimetri e trasforma ampi tratti di mare in una sorta di gelatina.

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