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Vecchie Vele, ecco il Leudo Catterina

Vecchie Vele, ecco il Leudo Catterina

Per la Rubrica delle Vecchie Vele, parliamo oggi del Leudo Catterina, costruito nel 1890 con la sua imponente vela latina.

Oltre alla solita vela latina supportata da una lunga antenna, era armato con bompresso fisso a tre fiocchi ed un’ampia randa provvista di picco e boma.

Per poter issare quest’ultima vela l’albero non era a calcese ma dritto e provvisto di griselle e crocetta.

Il carico consiste in pesanti lastre di ardesia per piani di bigliardo provenienti dalle vicine cave della Val Fontanabuona.

Nel Levante il lavoro dei “camalli” ovvero dei caricatori, per le pesanti ardesie era un lavoro femminile.

Erano infatti le donne, più attente alla delicatezza del materiale maneggiato, che si incaricavano del trasporto e della manovra delle merci dalle cave alle barche.

Mentre per i velieri più grandi si rendeva necessario l’utilizzo del bacino di carenaggio, per effettuare i periodici lavori di pulizia e calatafaggio dello scafo delle imbarcazioni di portata minore era sufficiente disporle “alla banda”, ossia abbatterle prima su un fianco e poi sull’altro.

Per questa operazione si ricorreva all’ausilio di paranchi in grado di assicurare al bastimento uno sbandamento graduale; lo scafo veniva così abbattuto sino all’emergere della chiglia.

Essendo il leudo pontato a schiena d’asino, poco importava se i trincarini venissero immersi. L’importante era tenere i boccaporti ben fuor d’acqua

Una volta adagiato il bastimento su una fiancata, si provvedeva con i raschietti a a pulire l’opera viva per eliminare le incrostazioni formate da teredini, muschio ed alghe che vi si erano attaccate che rallentavano la velocità dello scafo e provocavano fori nel fasciame facendolo marcire.

Dove occorreva venivano sostituiti i corsi del fasciame, dopo di che veniva rifatto il calafataggio sostituendo la vecchia stoppa inserita tra i comenti con una nuova.

A carena lisciata e passata con carta vetrata, l’opera viva veniva spalmata di pece calda che, una volta rappresa, rendeva la barca impermeabile.

Presenza assidua nei porti delle Riviere liguri sino alla fine degli anni attorno al 1950, ai leudi erano demandati molteplici compiti ed a seconda di questi avevano nome e caratteristiche diverse

Vi era il vinacciere,  il più grande, lungo sino a 18 metri dalla pernaccia al dritto di poppa, il cui utilizzo era quello del trasporto del vino siciliano e toscano in Liguria.

Aveva larghe fiancate a V allargata ed una coperta arcuata a schiena d’asino pronunciata per caricare grandi botti nella stiva e facilitare lo scarico dell’acqua dagli ombrinali con andatura sbandata.

Secondo per dimensioni era il formaggiaio, adibito al trasporto di derrate alimentari e sughero per le reti dalle coste della Sardegna (il pecorino sardo è essenziale per fare il pesto) e granaglie dalla Toscana.

Poi vi era lo zavorraio, panciuto e con bordo libero più basso, specializzato nel trasportare sabbia per costruzioni edili e ghiaia dai fiumi alle navi a vela nel porto di Genova che, dopo aver scaricato, dovevano zavorrare la nave affinché non si rovesciasse durante il viaggio.

I carbonai, con dritto di prua verticale e poco pescaggio per avvicinarsi alla riva ed essere più facilmente alati sulle spiagge della Maremma, dove caricavano la carbonella per Genova.

Infine i rivanetti, da pesca, più piccoli e più filanti (lunghi e stretti) e veloci, con fiancate dritte e dalla coperta piatta.

Variante di questi erano i rivanetti camoglini, dalle caratteristiche un po’ diverse ma presto riconoscibili per l’albero quasi verticale.

Ovviamente ognuno di questi grandi gruppi aveva le sue varianti: essendo costruzioni singole dei diversi maestri d’ascia, ogni nuova imbarcazione poteva essere facilmente adattata alle singole esigenza dell’armatore ed il successo delle novità costruttive era decretato dal loro accoglimento.

In questo modo si ebbe, nel tempo, l’imbarcazione più perfetta, sicura ed adatta al mare di Liguria ed agli scopi a cui fu destinata.

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