Località di mare

I ghiacciai di marea potrebbero sciogliersi molto più velocemente di quanto si pensasse

I ghiacciai di marea, i grandi fiumi di ghiaccio che finiscono nell’oceano, potrebbero sciogliersi sott’acqua molto più velocemente di quanto si pensasse. Questo è quanto emerge da uno studio congiunto pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, al quale hanno partecipato scienziati dell’Università di Rutgers-New Brunswick, della Oregon State University, della University of Alaska Southeast, della University of Oregon e della University of Alaska Fairbanks. Il gruppo di ricerca ha utilizzato kayak robotici per analizzare le acque limitrofe al ghiacciaio LeConte, in Alaska, che si estende per circa 32 km. I risultati della ricerca, che sfidano i quadri attuali per l’analisi delle interazioni oceano-ghiacciaio, potrebbero avere implicazioni per il resto dei ghiacciai di marea del pianeta, la cui rapida regressione sta contribuendo all’innalzamento del livello del mare. 

Per la ricerca sono stati utilizzati dei robot marittimi per l’analisi dell’acqua di fusione (che si forma quando il ghiaccio sciolto incontra l’acqua dell’oceano), che rende pericolosa la navigazione a causa delle onde mastodontiche che si formano quando le lastre di ghiaccio precipitano nell’oceano. “Grazie ai kayak, abbiamo trovato un segnale sorprendente di scioglimento: strati di acqua di fusione concentrata che rivelano l’importanza critica di un processo tipicamente trascurato quando si modella o si stima la velocità di fusione”, spiega Rebecca Jackson, oceanografa e docente presso il Dipartimento di Scienze marine e costiere della Scuola di Scienze ambientali e biologiche dell’Università di Rutgers-New Brunswick.

“Ci sono due tipi di acqua di fusione. Quando l’acqua dolce defluisce alla base di un ghiacciaio, a seguito dello scioglimento a monte della superficie del ghiacciaio, si generano pennacchi vigorosi che provocano lo scioglimento guidato dallo scarico. Lontano dai punti di scarico, invece, il ghiaccio si scioglie direttamente nelle acque oceaniche in un processo chiamato fusione ambientale”, prosegue la ricercatrice. La ricerca segue uno studio dello scorso anno sulla misurazione dei tassi di fusione basata sull’utilizzo di un sonar, i cui risultati indicavano tassi di fusione più alti del previsto e sollevato quindi domande alle quali il team di ricerca ha cercato di rispondere.

La nuova ricerca ha infatti evidenziato come la fusione ambientale sia una parte significativa della miscela subacquea. “La nostra ricerca è un passo verso una migliore comprensione delle acque di fusione sottomarine e del processo di fusione che deve essere meglio rappresentato nei prossimi modelli globali per la valutazione dell’innalzamento del mare e gli impatti che tale processo potrebbe causare”, concludono i ricercatori. 

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