Diporto Nautica

Sosta in rada, qualche consiglio utile per i velisti (e non solo)

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Sostare in rada: quali sono le buone norme ed i consigli utili da dare ai velisti e, più in generale, ai diportisti? Ecco un articolo per fare chiarezza.

di Renzo Crovo

Tutti noi che facciamo della navigazione a vela la nostra grande passione, abbiamo accarezzato – tra il serio ed il faceto – l’idea di avventurarci in un giro del mondo a vela; magari in solitario e perché no senza scalo.

Fortunatamente però la maggior parte di noi velisti amatoriali desiste dall’idea (ed è meglio così, credetemi) ripiegando su una più realistica crociera estiva in acque amiche, con il conforto di una sosta serale in porto o in rada.

La sosta in rada: riposo e socialità, ma occorre un vademecum

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Navigare a vela ha un che di mistico, di intimo; un momento che ha a che fare con il rapporto con noi stessi, con la natura, con l’ancestrale e, perché no, con le nostre paure.




La sosta è invece il momento della pausa e della socialità, che vale la pena godere senza conflitti e senza troppi intoppi. Serve quindi rifletterci un attimo e provare a stendere, in ordine casuale, qualche piccolo consiglio, un piccolo vademecum per fare si che la sosta si svolga in modo “fluido” per noi e per chi ha la ventura di stare attorno alla nostra barca, ed evitare che la nostra partenza sia festeggiata come la liberazione da un supplizio.

Perché ci piace sostare in rada?

Concentriamoci un attimo sulla risposta a questa domanda e capiremo perché il principio di “in punta di piedi” trova la sua piena applicazione. Della rada – potrei scommettere di trovare tutti d’accordo – ci piace la quiete, il silenzio, la possibilità di godere di un rapporto più intimo con la natura e con chi condivide la nostra crociera. E’ il momento in cui ci piace rivivere la giornata, confortati da un calice di vino, un goccio di whisky o – a chi piace – da un sigaro. Dato per scontato dunque che queste, più o meno, sono le ragioni comuni per amare la sosta in rada, capiremo molto bene la necessità di un approccio molto soft a questo momento, ad iniziare dal nostro arrivo.




Questa a dire il vero dovrebbe essere la buona norma che regola il nostro approccio ad ogni consesso umano ma, nel caso dell’ingresso in rada, questa regola basilare assume ancora più valore ed importanza.

Quando si arriva in rada: le buone regole

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Il nostro arrivo in rada inizierà ben prima di arrivare in rada: piccolo gioco di parole dovrebbe sottolineare la necessità di conoscere bene – attraverso la consultazione di mappe cartacee e plotter – la conformazione e la batimetria del nostro approdo in modo da decidere in anticipo quale potrebbe essere l’area di sosta più adatta alla nostra imbarcazione.




Questa accortezza ci eviterà di vagare per la baia smanettando a motore e deliziando i nostri vicini facendo loro ascoltare le conversazioni ad alta voce espresse tra pozzetto e prua a proposito del punto migliore in cui dare fondo all’ancora.

Quindi motore al minimo, voce discreta ed occhio alle distanze: non parlo solo degli spazi minimi per un buon ancoraggio alla ruota; ma della norma non scritta che dovrebbe suggerire di non andare a dare fondo proprio a poppa dell’unica altra barca presente in rada.

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Bene, abbiamo identificato il punto giusto, ci siamo avvicinati con la massima discrezione ed abbiamo tenuto la giusta distanza dai vicini… possiamo dare fond… ma… a proposito, abbiamo dato un’occhiata al fondo? Qui scatta la regola delle regole, occhio ai fondi rocciosi dove l’ancora può incattivarsi o, ancora peggio, spedare e grande attenzione ad ancorarsi su un fondo tappezzato di posidonia. Quest’ultimo è un paradiso marino la cui conservazione è affidata agli uomini. L’azione erosiva dell’ancora sul fondo crea solchi profondi che finiscono per distruggere la prateria.

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La partenza poi, alla fine della nostra sosta esige la stessa discrezione: motore al minimo, acceso con l’anticipo strettamente necessario per scaldarlo e tenuto al numero di giri sufficiente per fare funzionare correttamente il salpa-ancora e, successivamente, per allontanarsi.

Il tender

Il tender è un mezzo di servizio, non un trampolino da tuffi o un kinderheim; il suo utilizzo dovrà essere improntato alla massima discrezione: usare i remi o il motore al minimo ed avere l’accortezza di issarlo a bordo quando non serve, per evitare di estendere oltre al dovuto il nostro personal space in rada e non ostacolare le manovre altrui.

Generatore? Anche no

Non vorrei assumere una posizione troppo integralista ma resto convinto della teoria che il migliore modo di produrre energia è quello di consumare meno. Davvero, amici, non riesco a capire il nesso tra sostare in rada e sigillarsi in barca con l’aria condizionata accesa; non capisco la necessità di sprecare inutile energia dal pacco batterie lasciando accese le luci oltre il necessario ed utilizzando tutti i millemila ammennicoli elettronici che potranno darci un fugace attimo di divertimento al prezzo di una forte componente energivora che ci costringerà a tenere il generatore acceso o, peggio, ad accendere il motore per ricaricare le batterie servizi.

Acque grigie e nere

La legge prevede che tutte le imbarcazioni da diporto costruite a partire dal 2008 e dotate di servizi igienici debbano essere attrezzate con un serbatoio di contenimento (serbatoio delle acque nere) o di un sistema di trattamento delle acque reflue. Il consiglio è quello di installare il serbatoio anche se non rientriamo nell’obbligo; facciamolo per evitare sanzioni ma – soprattutto – per rispetto nei confronti dell’ambiente che ci ospita e dei nostri simili che frequentano lo stesso mare. E’ civile, è giusto.

Non laviamo i piatti in mare

Se non abbiamo installato il serbatoio di cui al punto precedente, questo consiglio diventa quasi un must: evitiamo di lavare i piatti dopo la cena in baia, possiamo lasciarli a bagno in una bacinella di acqua e sapone (ecologico) e lavarli il giorno dopo in porto o, quantomeno in navigazione in mare aperto.

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Stessa cosa per la nostra igiene personale: solo sapone ecologico, e suvvia, ogni tanto fare una semplice doccia con una secchiata di acqua di mare non può fare che bene.

Residui di cibo in mare? No, grazie

Mi sento di dire che con una qualche sicurezza che i pesci là sotto hanno da mangiare a sufficienza per evitare di attendere gli avanzi della nostra carbonara o le foglie di insalata che scartiamo. Gettare cibo in mare non ci regala la qualifica di nutrizionisti della fauna ittica: stiamo solo inquinando con materiali che – sebbene biodegradabili – non fanno parte, in linea di massima, della catena alimentare marina.

Un sorriso non guasta mai

Riflettiamoci un attimo: siamo a contatto con il mare, la nostra grande passione, e siamo anche in contatto con persone che condividono questa passione: sorridiamo, salutiamo chi incrociamo al mattino, ringraziamo, chiediamo scusa, facciamo piccoli gesti gentili a caso. Piccole regole e grandi piaceri che valgono in ogni angolo del globo solido o liquido che sia, sono momenti che ci faranno ripensare con un sorriso alle nostre crociere.

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