Nautica News dal mare

Beluga, la barca a vela realizzata riciclando i rifiuti plastici

beluga

Barca a vela da rifiuti plastici? Proprio così, stiamo parlando di Beluga, il progetto innovativo di un’imbarcazione realizzata con stampe 3D, per cercare di ovviare al problema dell’inquinamento. Da anni ormai le tematiche ambientali tengono banco nelle discussioni di attualità. che riguardano da vicino il mare e l’eccesso di plastica in esso. Secondo un rapporto del WWF, nelle acque della Terra si è accumulata una quantità di plastica compresa tra le 86 e le 150 milioni di tonnellate. Ad una crisi ambientale già nota, si aggiunge ora anche l’emergenza delle mascherine, che stanno avvelenando da due anni i nostri mari. Al mondo urgono delle soluzioni a questi problemi, soluzioni, tuttavia, che sono assai poco conosciute, come nel caso di Beluga.

Barca a vela dai rifiuti plastici: Beluga

Beluga, lunga tre metri e dotata di una vela di 4,5 metri quadrati, è una barca a vela realizzata con i rifiuti plastici. Presentata da Caracol e NextChem, società di Maire Tecnimont specializzata nel campo della chimica verde e della transizione energetica, nel corso della Milano Design Week dello scorso settembre. Beluga presenta uno scafo estremamente innovativo, in monoscocca, realizzato con polimeri riciclati e fibra di vetro.

Si tratta di un caso di upcycling, ovvero di riqualificazione funzionale di un materiale che viene dal circuito del riciclo. Beluga è una dimostrazione lampante che la plastica riciclata può essere riutilizzata anche in prodotti estremamente performanti, essendo un’imbarcazione utilizzabile nelle regate grazie alla sua resistenza alle sollecitazioni del mare.




Ma le innovazioni di Beluga non finiscono qui: oltre ad utilizzare plastica riciclata, infatti, è stata realizzata da Caracol mediante l’uso di stampanti 3D alimentate dai granuli di plastica riciclata MyReplast. Una soluzione, questa, decisamente più sostenibile rispetto agli altri metodi per la costruzione di scafi, che prevedono l’uso di stampi che poi generano scarti di vetroresina difficilmente riciclabili. La stampa 3D, infatti, è una tecnologia che lavora per addizione, non per sottrazione: questo significa riuscire a produrre pochissimi scarti e poche emissioni.

Oggetti dalle reti da pesca abbandonate

Anche le reti da pesca disperse in acqua rappresentano una grande percentuale dei rifiuti dei mari. Si stima, infatti, che ogni anno in tutto il mondo vengano disperse tra le 640.000 e le 800.000 tonnellate di attrezzi da pesca. Per cercare di ripulire gli oceani da questa piaga, uno studente di Design Innovation della Victoria University, in Australia, ha brevettato una tecnica che permette di trasformare le reti da pesca in granuli utilizzabili nelle stampanti 3D. Lo scopo è quello di ricavare da questi granuli oggetti utili per la vita di mare: stiamo parlando di sedie, sdraio, pagaie o addirittura box per aiutare i pinguini a nidificare.

LEGGI ANCHE: Coppa Primavera, a Chioggia la vela d’altura: ecco quando si disputerà

Un progetto molto similare è nato anche in Grecia dove, nel villaggio di Galaxidi, c’è uno studio di architettura dal nome The New Raw che ha allestito un laboratorio mobile di stampa 3D con lo scopo di trasformare le reti abbandonate in acqua in filamenti colorati per produrre oggetti di arredi. Questa iniziativa ha da subito riscosso grande consenso, coinvolgendo i pescatori locali e i sub, che contribuiscono a recuperare le attrezzature abbandonate nei fondali.

Iscriviti alla Newsletter per rimanere aggiornato su tutte le news!

Leggi anche

Vela, al Poetto tre giorni della Regata Nazionale Multiclasse Hobie 2020

Redazione

Dal danno alla beffa: pesca vietata in zona rossa ma i negozi restano aperti

Redazione

Allo Yacht Club Rimini il titolo italiano per club nella categoria Under 21

Redazione Sport

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.