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Ruggero Tita: “Rinunciare a Luna Rossa scelta difficile, ma ora sono concentrato sulle Olimpiadi”

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Enfant prodige della vela, un bronzo e un oro ai mondiali, 3 titoli europei conquistati e più volte velista dell’anno. Su Ruggero Tita, ingegnere appartenente al gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, sono naturalmente puntati i fari in vista dei Giochi di Tokyo, quando insieme a Caterina Marianna Banti nel Nacra 17, si giocherà la possibilità di aggiungere al suo curriculum l’unica medaglia che manca.

Partiamo dalle aspettative, alte nei suoi confronti, ne sente il peso?

Fortunatamente ancora no. Adesso siamo in Sicilia e siamo concentrati sugli allenamenti. Con il coach stiamo lavorando per migliorare alcune piccole cose. Ma siamo in forma e coscienti dei nostri mezzi, quindi per il momento sono tranquillo.




Il coach, appunto, come procede con Gabriele “Ganga” Bruni?

Molto bene. Lui è un coach di altissimo livello. Oramai sono 5 anni che ci segue in questo percorso. Ci fidiamo ciecamente di lui e sta tirando davvero fuori il meglio da tutti noi.

Questa è la sua seconda Olimpiade, con il Covid sarà diverso?

Per noi in acqua cambia poco. Probabile che per gli altri sport ci sarà meno pubblico e quindi la differenza si sentirà, ma per la vela sarà come a Rio.

Chi c’è da tenere d’occhio a Tokyo?

Arriveranno tutti in grandissima forma. Avremo almeno 10 equipaggi che si giocheranno la medaglia. Ma è tutto un’incognita in realtà. Con il Covid l’ultima occasione che abbiamo avuto di confrontarci a livello internazionale è stato a settembre all’Europeo (vinto proprio dal duo Tita-Banti ndr). Ma da allora tutti si sono allenati molto, quindi ci potrebbero essere sorprese.

Per essere a Tokyo ha rinunciato a Luna Rossa e alla 36esima Coppa America, ha qualche rimorso?

È stata una scelta difficile, come si può immaginare. Ma non ho rimorsi. Ne avrei se non mi fossi qualificato. Ma ho deciso di giocarmi le mie carte per dare il massimo e vincere una medaglia olimpica.

Le piacerebbe partecipare alla prossima campagna di America’s Cup?

Sicuramente mi farebbe molto piacere, ma non ci penserò fino a settembre. Adesso sono concentrato totalmente sull’appuntamento olimpico. Dopo Tokyo si vedrà, anche se è ancora tutto in forse e non si sa quando e dove si terrà la prossima Coppa America.

Essere un ingegnere aiuta nella vela?

Non quando sei in acqua. Aiuta conoscere la fisica e la fluido dinamica nell’analisi post regata. Anche se determinati principi, riguardo ai foil per esempio, oramai appartengono al patrimonio comune di chiunque fa vela.

Gareggia con Caterina Banti come prodiera, quanto è importante che a certi livelli (penso alla Coppa America) ci siano donne a bordo?

Credo faccia decisamente bene allo sport. In certe competizioni non c’è una grossa presenza femminile, perché, per esempio, fare il grinder a bordo di un AC75 richiede molto lavoro fisico. Ma molto potrebbe cambiare se i regolamenti imponessero la presenza di atlete donne. Al SailGp un passo in questo senso è stato fatto.

A chi deve, oltre a sé stesso, le sue vittorie?

Dovrei ringraziare un po’ tutti: amici, parenti, colleghi e allenatori che mi hanno accompagnato negli anni. La lista sarebbe lunga, ma un sentito ringraziamento lo devo alle Fiamme Gialle che mi permettono di lavorare al progetto olimpico fornendomi gli strumenti e sostenendomi.

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