Nautica

Il Triangolo delle Bermuda tra misteri e spiegazioni scientifiche

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Con le storie di navi scomparse e di segnali radio interrotti all’improvviso, il Triangolo delle Bermuda mantiene ancora oggi il suo alone di fascino e di mistero, tra eventi soprannaturali e spiegazioni scientifiche.

Per decenni si è dibattuto sulla veridicità di questi avvenimenti avvolti nella leggenda, ma cosa dice la scienza al riguardo?




Triangolo delle Bermuda, cos’è e dove si trova

Prima di tutto, facciamo chiarezza dal punto di vista geografico: per Triangolo delle Bermuda si intende un’area nell’Oceano Atlantico ampia 1.100.000 km quadrati, i cui vertici sono rappresentati idealmente dal punto di più orientale di Puerto Rico (nei Caraibi) a Sud, l’estremo meridionale della Florida a ovest e Bermuda a Nord, l’isola principale che dà il nome all’omonimo arcipelago.

triangolo delle bermuda

Nell’immaginario collettivo, l’unione di questi vertici darebbe vita ad un triangolo maledetto che avrebbe causato, dall’Ottocento in avanti, la sparizione di quasi 400 mezzi di trasporto tra navi e aerei. Questa fama di luogo nefasto ha portato a delle varianti del nome, come “Triangolo del Diavolo” o “Triangolo della morte“.

Si tratta di una zona molto trafficata, via cielo e via mare (come riportato da MarineTraffic): già questo, secondo i dati raccolti da United States Coast Guard, basterebbe a giustificare l’alto numero di incidenti verificatisi.

Racconti e misteri sul Triangolo delle Bermuda

Il primo a parlare di questo luogo sfortunato è Edward Van Winkle Jones, che nel settembre 1950 pubblica su Associated Press un articolo riguardante navi e aerei scomparsi al largo delle Bahamas. Due anni dopo, sul giornale Fate esce “Sea Mystery At Our Back Door”, articolo di George Sand sulle sparizioni di navi ed aerei, tra cui il Volo 19: la zona venne identificata al largo tra Cuba, Bahamas, Repubblica Dominicana e, appunto, l’isola britannica di Bermuda. Come riportato dall’investigatore Benjamin Radford, il termine Triangolo delle Bermuda, invece, sarebbe stato coniato dal giornalista americano Vincent Gaddis, che in un articolo del 1964 elencava, in maniera molto suggestiva, una serie di sparizioni di veicoli.




Fanno seguito diversi articoli, ognuno dei quali avanza teorie estremamente fantasiose, dall’ipotesi alieni fino ai fenomeni soprannaturali più complessi. Tra i lavori che hanno avuto grande risonanza c’è sicuramente il libro The Bermuda Triangle. L’opera, pubblicata nel 1974 da Charles Berlitz, porta il celebre Triangolo all’attenzione del mondo intero: il libro, però, venne ben presto smontato, in quanto appariva ai più esperti poco veritiero e mancante di molte informazioni.

Per esempio, Lawrence David Kusche, nel suo The Bermuda Triangle Mystery: Solved dell’anno successivo, ha spiegato come molti incidenti riportati da Berlitz fossero accaduti, in realtà, in zone differenti dal Triangolo delle Bermuda. Secondo l’autore, inoltre, il numero di navi disperse è paragonabile a quello di ogni altra zona del mondo: in un luogo  in cui le tempeste sono molto frequenti al pari degli uragani, la scomparsa delle navi appare facilmente spiegabile dalla scienza. Per questo motivo, non manca chi ha cercato di dare delle spiegazioni a questi eventi partendo da fenomeni naturali: da chi ha parlato di anomalie magnetiche che rendevano difficile la navigazione a chi invece puntava il dito verso le emissioni di metano nel fondo oceanico.

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L’assenza di chiare dinamiche degli incidenti ha dato libero sfogo agli autori di libri e saggi: tra le ipotesi più fantasiose c’è sicuramente quella di una finestra temporale, in grado di assorbire navi e aerei; fa seguito quella sul temutissimo squalo delle Bermuda, un mostro marino dalle fattezze terrificanti che vive nelle profondità del triangolo: la creatura, però, non ha mai avuto alcun riscontro scientifico.

Alcuni incidenti al Triangolo delle Bermude

A riportare la prima e singolare anomalia nel Triangolo delle Bermuda è stato nientemeno che Cristoforo Colombo nel suo primo viaggio oltre l’Atlantico. Il navigatore ed esploratore di origini genovesi, nel suo diario di bordo, ha parlato di strani comportamenti della bussola e di luminosità atmosferiche inspiegabili. Le prime sparizioni risalgono però alla prima metà dell’Ottocento, con la conseguente nascita di due scuole di pensiero, quella dei sostenitori del mistero e quella dei miscredenti.




Grande risonanza ha avuto il caso della USS Cyclops (AC-4), nave da rifornimento della Marina degli Stati Uniti in rotta da Barbados a Norfolk con 309 membri dell’equipaggio: la nave scomparve nel Triangolo delle Bermuda dopo la partenza del 4 marzo 1918.

Altro caso rilevante, che ha dato il via al falso mito di luogo maledetto, è sicuramente quello del Volo 19. E’ il 5 dicembre 1945 e, durante una semplice esercitazione, cinque aerei bombardieri della Marina statunitense scompaiono per sempre. Data l’impossibilità di risalire alle cause dell’incidente, attribuibili forse ad una serie di errori di orientamento, molti scrittori specularono sull’accaduto diffondendo le loro ipotesi soprannaturali. L’aspetto probabilmente più inquietante sta nel fatto che, nell’enorme operazione di ricerca messa in atto dalla Marina, che comprendeva aerei e navi militari e non solo, non è stato rilevato alcun detrito e alcun corpo dei 27 uomini dispersi: “cause of the loss cannot be determined”, questa la chiusura comune alle tante inchieste. Ultima sparizione registrata per una nave di grandi dimensioni riguarda il cargo Poet, avvenuta nel 1980.

A oltre 40 anni dall’ultimo evento, è facilmente intuibile come lo sviluppo tecnologico della strumentista di bordo abbia svolto un ruolo fondamentale nella rarefazione di questi eventi.

Conclusioni: la scienza sul falso mito delle Bermuda

Scienziati e ricercatori si sono serviti delle nuove tecnologie per studiare i fondali delle Bermuda, nel tentativo di trovare indizi che risolvessero il mistero delle sparizioni. I ricercatori del NOAA hanno rilevato così le batimetrie del triangolo, le quali hanno segnalato nel 2020, a 94 anni dalla scomparsa, i resti di un relitto identificabile con la nave SS Cotopaxi. Della nave si erano perse le tracce nel novembre 1925, mentre era in rotta verso Havana con un carico di carbone. La Cotopaxi si era imbattuta in una tempesta tropicale due giorni dopo la partenza, con conseguente perdita delle sue tracce.

Gli studi sulla mappatura dei fondali oceanici hanno rilevato come le Bermuda si trovino in cima a una montagna sottomarina di quasi 4.000 metri. Queste caratteristiche morfologiche hanno così creato la base per la comprensione di eventi finora rimasti inspiegati. A tal proposito, il professore di biologia marina Tom Iliffe, ha parlato della presenza di vortici nell’area: “I vortici sono evidenti, ci sono enormi tunnel con una potenza di aspirazione molto forte”.

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Il Triangolo delle Bermuda è, inoltre, l’epicentro di un’attività meteorologica particolarmente violenta. Proprio qui prendono il via gli uragani che finiscono per abbattersi sulle isole dei Caraibi e sulle coste meridionali degli Stati Uniti. La Corrente del Golfo, che passa proprio in questa porzione di oceano, è tra i principali responsabili delle perturbazioni, considerata l’alta temperatura dell’acqua in superficie che causa l’elevazione di vaste masse d’aria calda. Per questa ragione non è così raro imbattersi in tempeste, con onde che possono raggiungere le decine di metri di altezza. L’oceanografo britannico Simon Boxall, dell’Università di Southampton, ha spiegato che queste onde, o “muri d’acqua” come vengono spesso descritte, possono raggiungere i 30 metri di altezza e sono in grado di capovolgere navi di grandi dimensioni. Queste onde, definite “onde anomale”, appaiono spesso all’interno di un movimento d’onda con andamenti normali. La distribuzione di queste onde anomale su scala globale è tuttavia ancora poco conosciuta dagli scienziati di oggi, ma fa sicuramente luce sul mistero che circonda le sparizioni nel Triangolo delle Bermuda.

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A queste spiegazioni scientifiche va aggiunto che, come abbiamo già detto prima, l’area è molto trafficata dal punto di vista commerciale. Sessant’anni fa, questo traffico era una novità assoluta, con i mezzi che dovevano necessariamente effettuare delle soste di rifornimento alle Azzorre. Gli aerei, che dovevano effettuare voli di 3 mila chilometri verso le Bermuda, operavano al limite del loro raggio d’azione, con il rischio concreto di rimanere senza carburante in condizioni avverse.

Il Triangolo nella cultura di massa

Il successo del libro di Berlitz ha ispirato, nella seconda metà degli anni settanta, diversi film commerciali che mettono insieme extraterrestri, civiltà perdute, viaggi nel tempo e altre tematiche fantasy che hanno attecchito nel pubblico.

Ci sono dei riferimenti al Triangolo delle Bermuda nel film del 1979 Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg: nelle scene iniziali avvengono alcune restituzioni di veicoli noti per la loro scomparsa, come ad esempio i 5 Grumman TBF Avenger del Volo 19, ritrovati nella pellicola nel deserto del Messico, perfettamente intatti a quasi quarant’anni dalla scomparsa. Stesso destino per la SS Cotopaxi, rinvenuta invece nel Deserto del Gobi. Nel finale, invece, dopo l’arrivo degli alieni, si nota una lunga fila di terrestri intenta a scendere dall’astronave: tra questi vengono riconosciuti diversi membri di equipaggi risultati dispersi nel Triangolo.

Le Bermuda, riprese anche in molti anime giapponesi come Capitan Harlock, I Cavalieri dello Zodiaco e One Piece, entrano nell’immaginario italiano nel 1976, con lo sceneggiato che ha per protagonista Giampiero Albertini, nel ruolo di un americano del Mississipi reduce da un presunto incontro ravvicinato con degli extraterrestri.

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